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MUSEO DEL COSTUME

12 ottobre 2002, Vasto: donati al Museo del Costume:

un Mantello a ruota (Tabarro)

Riproduzione in bronzo della Tavola di Agnone (Tavola Osca)

Vasto è parte di una terra antichissima quale l'Abruzzo, la cui Civiltà risale a tempi preistorici.
Le conquiste e le diverse dominazioni, insieme alle caratteristiche morfo-geologiche del territorio, hanno avuto come conseguenze un certo isolamento, lo sviluppo di un'economia agricola povera, l'emigrazione di una parte della popolazione.
Questi stessi fattori hanno anche contribuito al preservarsi di antiche tradizioni, altrove scomparse.
E' importante ricordare che Vasto ha già nel 1849 un proprio Museo Civico (L'Antiquarium) che raccoglie materiale archeologico, gli oggetti di casa d'Avalos, arte sacra, dipinti di varie epoche sino alle opere di Filippo Palizzi (un artista importante per la pittura italiana dell'Ottocento, che contribuisce personalmente all' arricchimento del Museo), cristalli veneziani del XVII e XVIII sec., ceramiche.
Un insieme eterogeneo e multiforme che nasce da un'idea di Cultura come di un'insieme armonico, insostituibile testimonianza di ogni aspetto creativo e documentario, come lo furono altri Musei Civici italiani nati in quel periodo.
Pochi decenni dopo cominceranno le distinzioni accademiche fra arti maggiori e minori, e molti di queste preziose raccolte andranno disperse o semplicemente chiuse.
Dopo un periodo di silenzio Vasto riapre il suo Museo nella sede prestigiosa e ricca di storia del Palazzo d'Avalos, dimora di un'antica famiglia spagnola di grandi condottieri e mecenati delle arti.
Non è un caso che, mantenendo il suo aspetto di "museo totale" della città, il Palazzo d'Avalos sarà anche sede di una prestigiosa collezione di costumi tradizionali.


II costume popolare, la cui stessa definizione si è prestata a vari equivoci, è uno degli aspetti della nostra cultura che, più di altri, ha subito fasi di alterna fortuna, passando dagli entusiasmi più esaltanti, fino alla retorica, all'oblio più totale e altrettanto immeritato.


Negli anni Ottanta del secolo appena concluso (il 1900), insieme alla rinascita dell'interesse per i manufatti tessili antichi, si sono andati via via rivalutando anche argomenti ad essi correlati quali la moda e il costume popolare.

Gli studi recenti tra i quali riteniamo fondamentali i cataloghi delle mostre "il costume popolare abruzzese fra '700 e '800" a cura di De Rosa, Trastulli e Spedicato Iengo, del 1985, e "il merletto nel folklore italiano" a cura di Davanzo Poli, del 1990 - hanno chiarito molte problematiche e soprattutto fatto piazza pulita della retorica e degli atteggiamenti di condiscendente demagogia che avevano finito per stravolgere, edulcorare, fino all'invenzione e alla creazione di falsi storici, il costume popolare.

In Abruzzo e a Vasto, come per il resto del Paese, quando si parla di "costume popolare" non si tratta di indumenti indossati quotidianamente dalla gente comune.
Per i contadini e pastori dei secoli scorsi si tratta di stracci o poco più: pelli di pecora o tessuti grezzi portati un giorno dopo l'altro per ripararsi dalle intemperie.
Il "costume" è l'abito "buono", usato nei giorni di festa e nelle grandi occasioni della vita, prima fra tutti il matrimonio, per cui di solito viene appositamente confezionato e deve poi durare praticamente per il resto della vita.

La Moda e i suoi cambiamenti non incidono molto sui costumi tradizionali festivi, la moda è un concetto legato al Lusso, riguarda le classi dominanti, soprattutto i benestanti che vivono in grandi città, dove arrivano le novità delle grandi corti d'Europa.
Nonostante queste premesse permangono delle caratteristiche degne di nota nel costume abruzzese, che lo distinguono da altri costumi regionali e lo rendono unico.
Ne troviamo testimonianze nelle incisioni e negli acquerelli delle famose serie volute da Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli.
Su suggerimento di Domenico Venuti da Cortona, direttore della Reale Fabbrica di Porcellane di Capodimonte, il re decise di inviare in missione artistico-scientifica dei pittori stipendiati per rilevare le fogge del vestito popolare del regno, in acquerelli da riprodurre in miniatura sulle porcellane.
La missione, che durò quindici anni (1783-1797), vide l'avvicendamento di artisti che lavoravano in coppia: Alessandro d'Anna, Saverio della Gatta, Antonio Berotti, Stefano Santucci, viaggiando per tutto il regno dal Napoletano alla Puglia, poi in Abruzzo, in Calabria, in Sicilia.

Terminati gli acquerelli il re decise, con lungimirante senso imprenditoriale, di trarne delle incisioni su rame, da vendere a viaggiatori e curiosi sempre in cerca di "souvenirs", con privativa reale.
La fortunata serie sarà più volte copiata e falsificata, diventando insostituibile fonte iconografica di cui si servirà il romano Bartolomeo Pinelli (1781-1835) per delineare, senza muoversi da casa, i costumi abruzzesi nelle sue famose serie "Raccolta di costumi pittoreschi" del 1809 e "Raccolta di Cinquanta Costumi li più interessanti delle Città, Terre e Paesi, in Province diverse del Regno di Napoli" del 1814.

Grazie a studi e mostre recenti, sono ora chiariti gli scopi e la metodica seguiti per la realizzazione di queste serie, le loro valenze turistiche e folkloriche oltre che di documentazione storica, nonché la loro dimensione artistica.
Incisioni e dipinti colgono, oltre che i dati che hanno in comune i costumi festivi dei vari centri abruzzesi, i particolari che li differenziano uno dall'altro.

Vale la pena di cercare di individuare quelle differenze, perché esse sono la testimonianza dello sforzo individuale di differenziarsi e di mantenere una propria identità, anche facendo parte di un gruppo, di esprimere una propria creatività in dettagli solo apparentemente marginali.

Il costume maschile festivo abruzzese è meno appariscente e differenziato di quello femminile, tanto che anche Ferdinando IV si trovò più volte a richiederne dettagli più accurati ai suoi disegnatori.
Elementi comuni sono dati da una giacca che scende a metà coscia di panno blu o marrone con gilet sottostante derivati dalla marsina nobiliare settecentesca, cosi come i calzoni al ginocchio.
Spesso compare un'alta fascia avvolta in vita di tessuto di colore contrastante.
Ai piedi le "ciocie" i cui lacci si legano intorno ai polpacci coperte da grosse calze di lana bianca o scarpe di cuoio con fibbia d'argento.
Sul capo un cappello a tesa larga, a "pan di zucchero" con nastri e fibbie nel caso il copricapo sia indossato da un pittoresco brigante o da uno zampognaro.

Il costume femminile, come ha sottolineato in uno studio del 1996, l'etnologa Ernesta Cerulli, esprime bene la funzione essenziale e discreta della donna.
In apparente contrasto con la sua posizione sociale appartata e sottomessa, la donna in Abruzzo conserva un ruolo centrale, all'interno della famiglia ed ha una funzione economica non secondaria.
Nel costume festivo si esprime la sua operosità, il suo attaccamento alla tradizione, la sua modestia e la sua eleganza basata sul gusto del particolare. Il costume popolare delle donne abruzzesi infatti "dimostra come una produzione di artigianato casalingo e autarchico, se trattato con competenza e amore, possa assurgere ai livelli di arte".

L'abito femminile é composto da una camicia bianca, ricamata o ornata di trine al collo e ai polsi, un corpetto anch'esso ricamato o decorato con galloni. Le maniche sono staccate e trattenute alle spalle da nastri colorati.
La gonna è arricciata in vita e la parte inferiore, la "pedana", presenta di solito una decorazione fatta con l'applicazione di galloni e nastri di colori contrastanti.
Elemento molto importante è il grembiule che la sposa, nella cerimonia nuziale, regge con le mani per ricevere i doni. Anche il grembiule è ricamato e trattenuto in vita da nastri colorati.

A Vasto il grembiule è decorato con preziosi pizzi a fuselli, così come la tovaglia o velo da testa, appuntato con uno spillone d'argento sui capelli.
Alcuni elementi descritti, come le maniche staccate e la "pedana" della gonna, sono mutuati dal costume napoletano che ha risentito a lungo dell'influenza della moda spagnola tra Cinquecento e Seicento, e ne ha conservato la memoria.

A Napoli si chiama "mantiero" il grembiule ricamato e "mappa" il drappo da testa (a Scanno l'amplissimo grembiule di panno scarlatto si chiama "maniera").
Inoltre l'uso di tessuti operati, come damaschi o broccati, che si rileva anche dagli acquerelli e dalle stampe settecentesche raffiguranti i costumi di Vasto, è assai probabilmente collegato alla diffusione delle pregiate stoffe di seta prodotte dalla manifattura di S. Leucio, iniziata nel 1776 presso la Reggia di Caserta, che fornisce tessuti a tutto il Regno.
Altri elementi sono invece il prodotto dell'artigianato locale come i grembiuli decorati a coppie affrontate di animali, tipici delle tovaglie umbre, che tanta diffusione hanno avuto dalla fine del Medioevo in poi, mentre i merletti al tombolo sono tipici di importanti centri abruzzesi, primo fra tutti Pescocostanzo.
Tra gli ornamenti femminili ricorrenti troviamo orecchini, collane e la "presentosa", un monile con un pendente a disco sospeso a una catena, eseguiti in filigrana d'oro di gusto orientaleggiante.
Molte sono le collane, i pendenti e gli amuleti in corallo, materiale a cui sono attribuite virtù curative e magiche.

M. Daniela Lunghi


Le nuove collezioni del Museo Civico di Vasto si compongono di tre sezioni.


La prima, curata dai LIONS, comprende un nucleo di costumi antichi, praticamente sconosciuto al pubblico, che sarà presto oggetto di uno studio approfondito che esamini i vari aspetti che tale argomento implica, dalla storia locale agli aspetti etnografici, dalle tecnologie tessili agli aspetti creativi e al collezionismo.


La seconda sezione rappresenta l'ideale prosecuzione dell'opera di quegli artisti come Filippo Palizzi, Francesco Paolo Michetti, Basilio Cascella, che dopo gli acquerellisti e gli incisori di fine Settecento, hanno tratto spesso ispirazione dai costumi tradizionali abruzzesi, e contiene una serie di preziosi e suggestivi acquerelli sapientemente dipinti da Pier Canosa, artista assai conosciuto a Genova, ma che a Vasto è nato e ha le sue profonde radici.

La terza sezione comprende un gruppo di 16 costumi ricostruiti, con amorevole cura ed attento rispetto per i particolari storici, da Maria Antonietta Esposito.
E' ormai da tempo che gli studiosi rivolgono la loro attenzione sugli aspetti "minori" o localistici della storia, nella convinzione che questi siano quanto mai importanti e significativi per una più profonda comprensione degli avvenimenti.

In perfetta sintonia, quindi, con questa moderna concezione della storiografia, abbiamo voluto allestire nei Musei Civici di Palazzo d'Avalos una mostra dedicata al costume, nella sua accezione più generale, che ripercorre mediante un sapiente allestimento curato dal Club LlONS Vasto Vittoria Colonna, al quale va anche il merito di aver reperito gran parte degli abiti e del materiale in esposizione, l'evoluzione dell'abbigliamento personale dal settecento ai giorni nostri.

Confidando di aver arricchito con questa originale e quanto mai intrigante proposta l'itinerario museale cittadino, ringrazio riconoscente per la collaborazione il Club LIONS Vittoria Colonna, l'amico maestro Pier Canosa per gli splendidi e suggestivi dipinti a corredo della mostra e la gentile signora Maria Antonietta Esposito per le bamboline di pezza in costume popolare abruzzese.
Gennaio 2000

Il Sindaco
Giuseppe TAGLIENTE

 

12 ottobre 2002, Vasto: donazione al Museo del Costume

Sabato 12 ottobre, nel corso di una suggestiva cerimonia, l'attuale Sindaco di Agnone, avv. Marcovecchio, ha donato alla Presidente del Lions Club Adriatica vittoria Colonna di Vasto, prof.ssa Anna Maddalena Zimarino Pennetta perchè lo destinasse al Museo del Costume, un Mantello a ruota, l'antico Tabarro, le cui origini risalgono al Medioevo.

Questo prezioso indumento di lana, tagliato a forma di ruota, indicava, in genere, la grande dignità e nobiltà di colui che l'indossava.

Dal 1700 in poi questo indumento trovò ampia diffusione anche nei ceti contadini ed artigianali.

Questo indumento ha impressionato il Papa Giovanni Paolo II in occasione di una manifestazione tenutadsi in San Pietro nel 1996.

 

Nel corso della stessa cerimonia il Sindaco Marcovecchio, a nome della Giunta Municipale ha voluto donare per il Museo del Costume di Vasto una fedele riproduzione in bronzo della famosissima Tavola di Agnone, detta anche Tavola Osca, che rappresenta il più antico ed esteso documento della lingua e religione dei Sanniti.

In essa si elencano le principali divinità del Pantheon osco-sannitico.

 

 

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